Il mio nome è rosso

è un libro eccessivamente lungo, prolisso, quasi ripetitivo nelle sue esposizioni in particolare quando narra delle miniature; pur tuttavia la sua lettura risulta molto scorrevole. Ogni personaggio parla in prima persona e questo gli conferisce una piacevole immediatezza.

Molto crudo in certi momenti, racconta una storia d’amore ambientata in Turchia intorno all’anno 1600. Mi piace collegare la lettura del libro con la mia visita in questo che è stato il mio primo Paese islamico visitato. In entrambi i casi ho percepito le stesse sensazioni di novità e differenza di religione, di paesaggi, di usi, di modo di pensare. Un confronto fra Oriente e Occidente, fra moderno e antico che affiora evidente durante tutta la lettura. Il moderno che cerca di soffocare la tradizione, le tendenze laiche che si mescolano in una società confessionale con rami di integrazione che sono concepite come una offesa ad Allah. Insomma una analisi adatta ai nostri tempi ma che ne denota anche le debolezze nella loro evoluzione.

 

“Adesso io sono morto… nessuno sa cosa mi sia successo”. Così inizia il romanzo che è anche un giallo e che si sviluppa nella ricerca dell’assassino in un’atmosfera orientaleggiante, alla corte del Sultano, fra i doratori, miniaturisti. Il paragone con la Turchia Ottomana è una palese critica al governo della Turchia Moderna che ritiene molto chiusa e poco tollerante pur professandosi laica e democratica.

Il mio nome è Rosso non è mai volgare e i brevi sprazzi di sesso sono narrati con un candore quasi antico: “Siccome vedere una donna con il viso scoperto, parlarle, essere testimone dei suoi atteggiamenti crea in noi uomini profondi turbamenti dei sensi e turbamenti morali, prima di sposarsi è meglio non vedere affatto le donne, specialmente quelle belle. L’unica soluzione per soddisfare i sensi è cercare l’amicizia dei bei ragazzi che non fanno rimpiangere le donne e, alla fine, possono diventare una dolce abitudine.” “Pare che nelle città europee le donne vadano in giro in modo da lasciare scoperti non solo il viso, ma anche i capelli lucenti …è proprio a causa di ciò che gli uomini camminano con difficoltà, perennemente eccitati, …” sono alcuni brani tratti dalla lettura; poi trascrivo una poesia cantata dal protagonista come se fosse una canzone:

“Dice il mio cuore indeciso, quando sono in Oriente, in occidente esser io voglio

E quando sono in Occidente in Oriente esser io voglio.

Altre mie parti dicono se sono uomo esser donna io voglio, se sono donna esser uomo io voglio.

Come è difficile essere un essere umano, più difficile ancora vivere una vita umana.

Provar piacere col davanti come col didietro, con l’Oriente come con l’Occidente io voglio.

 

Anche Şeküre descrive una sua scena erotica molto intensamente ed elegantemente allo stesso tempo:

“Non posso dire di aver capito fino in fondo perché i poeti persiani da secoli facciano similitudini tra la penna di canna e quello strumento, tra il calamaio e la bocca di noi donne, cosa c’ è dietro queste similitudini – la dimensione della bocca? Il misterioso silenzio del calamaio? Che Allah sia un pittore?” “Lì in quella stanza che puzzava di morte, il coso che avevo in bocca non mi procurava nessuna eccitazione. Quello che mi eccitava….” E ancora “Nel frattempo, mentre la bocca era così impegnata, i miei occhi riuscirono a vedere Nero che mi guardava in faccia…”.

 

Non so se consigliarvene la lettura. Se siete molto giovani è avete studiato un po’ le dorature nei testi antichi allora si, leggetelo.

 

Commento di Danilo Fabbri

febbraio 2007