LE DONNE DI TOULOUSE LAUTREC

«Nella pittura solo la figura esiste. Il paesaggio non è, non deve essere, che un accessorio». Cosi Toulouse-Lautrec confidava alla madre le sue preferenze artistiche. Ma taceva che per lui la figura si identifica nella donna. Quelle donne che lo aiutarono a sopravvivere alle disgrazie della vita, ma che alla fine gli fornirono gli strumenti (sifilide ed alcol), per una morte prematura. 
Per celebrare i cento anni della morte del pittore francese, alla «Fondazione Mazzotta» di Milano arrivano le donne, «le spudorate amiche» di Toulouse-Lautrec. Chi, se non loro, poteva rappresentare e testimoniare la vita breve, dolorosa del pittore di Tolosa? 

Vissuto fra il 1864 ed il 1901, Lautrec ha lasciato un segno decisivo nella pittura e nella grafica del Novecento. Un segno che ha risentito della sua condizione sociale e fisica. 


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Di famiglia nobile e liberale, da giovane Toulouse fu lasciato libero di seguire le sue inclinazioni artistiche. Ma il suo naturale talento restò condizionato, quasi imprigionato, in un corpo storpio e malaticcio. Cercò il riscatto, la rivalsa, in una sofferta autoironia. Da ragazzo faceva disegni auto-caricaturali sui muri; da giovane, dopo una bocciatura, si fece stampare sul biglietto da visita «bocciato in lettere»; negli ultimi anni di vita, segnati dalla depressione, anagrammando Lautrec, firmava le sue opere con tre - clau, come dire «molto zoppo». Sentiva addosso la brevità della vita, così viveva intensamente anche la notte, vagando fra case chiuse, circhi e caffè concerto. 
E nella notte cercava le donne, quelle che la mostra ci presenta allineate in 120 opere. 
Ecco le donne di Toulouse. 
La madre Adèle, modella preferita, mentre medita di fronte ad una tazza di tè; madame Pascal colta di profilo mentre suona il piano; madamoiselle Dilan mentre legge; la bella diciottenne Hèlène Vary, dal profilo greco, che posa nello studio di un pittore.
Ma a scatenare la fantasia di Toulouse sono le donne emarginate. Quelle dello spettacolo e del malaffare di 
Montmatre, suo quartiere preferito. 
Da quello scenario urbano, dove la vita è quotidiano spettacolo, il pittore trae le sue creature; lavandaie sopraffatte dalla fatica, ballerine esauste, prostitute audaci ma non oscene. 

Sono loro che dominano i suoi sogni e le sue tele, mentre l’uomo, quando c’è, appare ingessato nel ruolo di comparsa. 

La mostra milanese le allinea una dietro l’altra le donne: 
Carmen la rossa, rozza lavandaia ripresa in tutte le posizioni; la ballerina Goulue che ruota le sottane creando un vortice di merletti; la diafana Jean Avril (figlia di una prostituta e di un nobile italiano), che alza le gonne in un ardito passo di danza ma, si immagina, poi esca di scena con lo stile di una signora del suo tempo. 
E il trionfo del fascino ambiguo della Belle Epoque di cui Toulouse incarna l’anima culturale e libertaria. 

È lo spaccato di un quartiere parigino che il grande maestro conosce a fondo, perché parte integrante della sua vita.

 Il Moulin Rouge fu il tempio della Bella Epoque e la dimora quasi fissa di Lautrec di cui colse con disegni, litografie e tele i momenti ed i personaggi più significativi.
Il locale, ai piedi di Monmatre, era nel contempo Cabaret e sala da ballo. Ma soprattutto, luogo dove si intrecciavano gli sguardi e le promesse di appuntamento fra dame e cavalieri. E Toulouse sembra coglierli tutti gli ammiccamenti. 
La maggiore attenzione era il corpo da ballo che ogni sera si cimentava in uno sfrenato can-can.
La “Guide de plaisir à Paris” del 1898 lo descrive come “una moltitudine di ragazze la cui agilità fisica nell’eseguire le spaccate promette altrettanta elasticità morale”.
L’indiscussa protagonista era Goulue, un’alsaziana che mandava in delirio le folle per la sguaiata sensualità con cui si torceva. Per poi, in contrasto, muoversi voluttuosa e morbida in passi da ballo con il suo cavaliere preferito, Taques Renaudin, un commerciante di vini, scheletrico e snodato, a cui era stato dato il significativo nome d’arte “Valentin le Désossé”.
I due appaiono in una serie di manifesti pubblicitari del locale, firmati da Lautrec e su uno splendido olio su tela.
Se il Moulin Rouge e il Folies Bergèrs furono luoghi di evasione, le case chiuse furono per Tolouse una seconda dimora.

Vi trascorreva lunghi periodi. Ma al di là di ogni voyeurismo o approccio erotico (che pure c’erano), Toulouse osservava le ragazze con quello spirito aristocratico e liberale che non aveva mai dismesso: senza pregiudizio morale, senza giudicare, senza la pretesa di rimettere in discussione le scelte di vita delle ragazze.

I bordelli sono per Toulouse soltanto luoghi di piacere, come il teatro, le sale da ballo o i caffè concerto.
Lui si limita a ritrarne gli ospiti nella cruda realtà della vita quotidiana, senza eccessi e senza indulgere nelle loro debolezze.
Mancano nei suoi disegni quelle scene hard che invece si ritrovano nelle cartelle erotiche di Picasso: un pittore carnale e graficamente violento con le donne.


Di sè Lautrec diceva “Non appartengo a nessuna scuola, lavoro nel mio angolo”.
Una scarna affermazione che negava la realtà di una complessa trama di contatti e scambi artistici che invece aveva.
Ammiratore di. Degas e Van Gogh, fu attento osservatore, quasi partecipe, di tutte le novità stilistiche parigine, come nel caso dei sintetisti di Gauguino dei Nabis.
Tuttavia la sua arte mantiene tratti e caratteristiche del tutto individuali.
Fatto, questo, che non consente di collegare Lautrec ad una precisa corrente pittorica ma che evidenzia l’originalità e la capacità di anticipare, con spunti e ricerche, l’arte dei decenni successivi.
Così, ad esempio, l’attenzione riservata da Lautrec ai manifesti pubblicitari (di cui la mostra offre un ampio campionario) ed alle tecniche tipografiche, testimoniano il gusto per i fermenti artistici delle avanguardie del primo Novecento.

Se si ha l’accortezza di rivedere la mostra in ordine cronologico, appare evidente la capacità di Lautrec di cogliere gli elementi di novità che comparivano nel mondo artistico, pur conservando la sua assoluta indipendenza di stile. 
Ne è un esempio la serie di manifesti ed incisioni dedicata nell’arco di un decennio all’amica ballerina Jean Avril. Nell’ultimo manifesto, datato 1899, la giovane sembra aver cambiato radicalmente il suo stile di danza e di abbigliamento, ora decisamente art-nouveau. Non più corpetti, nè trine, nè sottogonne vaporose, ma un elegante ed aderente abito nero, percorso da un serpente avvolto intorno al corpo. Elegante e prezioso il gioco dei toni cangianti lungo le spire del serpente, animale “art nouveau” per eccellenza.

A conferma del mutamento di stile manifestatosi nel lavoro di Lautrec negli ultimi due anni della sua vita conclusasi con lo scoccare del secolo. Resta aperto il dilemma se sia stato il mutamento di stile e di abbigliamento di Jean ad influenzare il disegno di Toulouse o, viceversa, come appare probabile, sia stata la creatività e la capacità del pittore di cogliere il nuovo ad influenzare stile ed abbigliamento della giovane ballerina. 

È innegabile, comunque, che Lautrec seppe dare spessore artistico e culturale ad un ambiente per sua natura frivolo e superficiale

Nonostante la vicinanza e l’amicizia con i maggiori pittori del tempo: Degas (gli fu prodigo di consigli), Monet, Manet, Sisley, la critica no fu sempre benevola con lui. 

Molti lo consideravano poco più di una caricaturista o un esecutore di manifesti da Cabaret. La tendenza era quella di considerare la sua pittura nei contenuti e nella tecnica come una vendetta verso le sofferenze della vita.


“I suoi quadri sono caricature terribilmente veritiere e sconcertanti. Si resta penosamente impressionati dallo spettacolo di tanta bruttezza magnificata nelle tele”. Così un critico recensiva una delle rare esposizioni di Toulouse. Ma il più sprezzante giudizio apparve su un giornale parigino dopo la sua morte “... disegnatore che vedeva tutti attraverso le sue miserie fisiche. Prendeva i suoi modelli nel fango, nei lupanari, nelle balere, ovunque il vizio deforma le fisionomie. 

È morto miseramente, rovinato nel corpo e nello spirito. 
Fine triste di una triste vita”. 

Un epitaffio che non ci sentiamo di condividere.      R. V.

 aggiornamento: lug 2002